Ginkgo (Ginkgo bonsai)
Ginkgo biloba
Il ginkgo è una delle specie arboree più antiche ancora vive, parte di una linea evolutiva che risale a centinaia di milioni di anni. Da bonsai, però, la cosa che ti prende davvero è il suo “colpo di scena”: a fine stagione, ti ritrovi con una chioma a ventaglio che passa a un oro uniforme quasi all’improvviso.

C’è una differenza netta quando lavori il ginkgo rispetto agli altri alberi che tengo. Non è imparentato con nessun’altra specie del mio banco in modo “comune” da bonsai, e si sente in come reagisce: foglie a ventaglio, colorazione autunnale molto tipica e anche l’odore del legno quando tagli. La gente lo sceglie soprattutto per l’autunno. E ti capisco: un ginkgo maturo tutto dorato in una collezione è uno spettacolo.
Detto questo, conviene entrare con le idee chiare anche sul resto dell’anno. La convinzione più diffusa è che sia difficile o delicato. È il contrario. È resistente, tollera condizioni diverse e spesso ti perdona anche quando salti un’irrigazione. L’unica cosa che non tollera è la fretta nel costruire la ramificazione fine: mette fuori rami, sì, ma il ritorno dai “back-bud” è lento, irregolare. Per arrivare a una struttura fine, “twiggy”, ci vogliono anni, più di quanto farebbe un faggio o un acero partendo da materiale simile.
Un altro punto da non trascurare, soprattutto se compri alberi di vivaio: di solito si vendono cultivar maschili per evitare la fruttificazione. Le piante femminili producono un seme con un involucro carnoso che, quando cade e si decompone, ha un odore davvero sgradevole, tipo burro rancido. Se il tuo ginkgo è stato cresciuto da seme e non sai il sesso, può succedere che prima o poi questa cosa diventi rilevante.
Cura
Luce
Io lo tengo all’esterno, pieno sole, per tutto il periodo vegetativo. Il ginkgo è abbastanza adattabile: in generale, pieno sole o ombra parziale leggera vanno bene. Più sole, in media, significa colorazione autunnale più uniforme e crescita più vigorosa. Nelle estati davvero roventi della costa, se hai ore di sole “cattive” nel primo pomeriggio, un minimo sollievo può aiutare, ma non è una specie che richiede ombreggiatura come farebbero certi sempreverdi o foglie più delicate.
Annaffiatura
Il ginkgo vuole umidità costante, senza però restare fradicio. Questa è la regola base del bonsai, ma qui funziona bene anche un approccio pratico: io inizio a bagnare quando il substrato in superficie comincia ad asciugarsi. Nella fase di crescita estiva, di solito serve più spesso rispetto alle mezze stagioni. L’importante è non lasciare il vaso sempre bagnato, perché il drenaggio conta come per tutti gli alberi, ginkgo compreso.
Temperatura e rusticità
Qui in Calabria (e in gran parte del Mediterraneo) il ginkgo è una di quelle specie che ti semplifica la vita. È deciduo, resistente al freddo e in grado di gestire bene gli inverni temperati. Come tutti i decidui da bonsai, ha bisogno del riposo invernale all’aperto, vero, naturale. Se però hai gelate molto lunghe e dure, proteggi il vaso: le radici in contenitore sono più esposte rispetto a quelle in piena terra. Per il resto, non richiede “cure invernali” particolari.
Substrato e vaso
Uso un mix drenante da bonsai, spesso a base akadama, oppure un equivalente locale, con pomice e roccia vulcanica (tipo lava) per la struttura. Il ginkgo non è iper-schizzinoso sulla composizione come alcune conifere, però non perdona il substrato che resta troppo compatto e bagnato. Nelle mie prove, gli sta bene un mix con un po’ più di componente organica rispetto a quello che farei per un conifere, più vicino a cosa userei per un acero.
Concimazione
Concimo lungo tutta la stagione vegetativa con un fertilizzante bilanciato, poi rallento quando arriva l’autunno e sospendo durante la dormienza invernale. Il ginkgo risponde bene alla nutrizione costante. Siccome la ramificazione su questa specie è lenta, io tendo a essere leggermente più “spinto” sull’azoto tra primavera e inizio estate, così da favorire l’allungamento. Poi quel vigore lo sfrutto per lavorare la struttura nel tempo, invece di bloccare la crescita come a volte si fa con specie che già ramificano velocemente e “ti scappano” subito.
Potatura e filo
La vera sfida è la potatura. I nuovi getti partono, ma i back-bud sono lenti e poco uniformi, rispetto a faggio, carpino o acero. Quindi la ramificazione fine non la ottieni con un singolo taglio “risolutivo”. Serve pazienza, più stagioni e potature ripetute fatte con criterio. Io, quando un nuovo germoglio si indurisce e ha 5-6 foglie, lo porto a 1-2 foglie per incoraggiare la ramificazione dove serve. Poi accetto il ritmo della specie, che è il suo. Quanto al filo: sulle branche giovani e flessibili si lavora abbastanza bene. Sulle parti più spesse, invece, vado prudente, perché sul legno più vecchio piegare in modo netto rischia di complicare tutto. Meglio interventi graduali e curati.
Rinvaso
Con gli alberi giovani e in crescita forte, spesso si può rinvasare ogni 1-2 anni. Quando l’albero matura e le radici rallentano, arrivo tranquillamente a intervalli di 2-3 anni o più. Io seguo la regola pratica: rinvaso in primavera, poco prima della ripresa, quando le gemme stanno per svegliarsi. Le radici del ginkgo sono abbastanza toste e in genere tollera bene il lavoro radicale. Però i primi tempi dopo il rinvaso, per me è importante dargli un po’ di tregua: lo tengo più riparato da sole pieno e vento, così riduco lo stress mentre mettono fuori radichette fini.
Problemi comuni
Tra parassiti e malattie, il ginkgo è tra i meno “problematici” che ho in collezione. È naturalmente resistente a molti insetti e problemi fungini che invece danno noia ad altre specie. Se trovi danni seri da parassiti su un ginkgo, io prima cosa farei è ricontrollare la diagnosi, perché non è una situazione comune. Le criticità più realistiche sono culturali: bordi fogliari ingialliti o bruciacchiati possono arrivare da una carenza d’acqua durante una fase calda; crescita debole o disomogenea spesso è legata a troppa ombra. E poi c’è il tema “ramificazione”: se ti aspettavi la stessa velocità di un acero, ti sentirai deluso. Anche quello è normale. Infine, se hai materiale da seme più vecchio e in autunno senti un odore forte e sgradevole alla base, molto spesso non è malattia: è frutto di un esemplare femminile che si sta degradando sul substrato. In quel caso pulisci e rimuovi ciò che si rompe, perché lasciato lì peggiora odore e situazione nel tempo.
Stile
Io lo vedo soprattutto bene in forme che rispettano il suo modo naturale di ramificare verso l’alto, quindi informale eretto o, se vuoi osare meno, anche un “broom” semplice. Tende a essere più scarno e verticale rispetto a chi cerca una struttura bassa e molto espansa, tipica di cascata o windswept. Siccome la ramificazione fine è lenta, molti scelgono una silhouette più decisa, più architettonica, che valorizzi carattere del tronco e tessitura della corteccia invece di inseguire un fogliame fittissimo. E c’è un vantaggio pratico: in autunno diventa un esemplare da mettere da solo, perché il suo oro uniforme sulle foglie a ventaglio fa tutto il lavoro visivo, anche se per il resto dell’anno rimane più “strutturale” che scenografico.
Domande frequenti
Perché il mio ginkgo bonsai ha così poche ramificazioni?
Il ginkgo fa back-bud lentamente e in modo non sempre uniforme, rispetto a specie come acero o carpino. Per arrivare a una chioma fitta serve più tempo, più stagioni e potature ripetute. È normale per la specie e non significa automaticamente che stia male.
Il ginkgo bonsai è facile da curare?
Sì, rispetto a molti altri bonsai. È resistente a gran parte di parassiti e malattie comuni, tollera bene una fascia di temperature ampia e spesso regge anche qualche mancanza d’acqua senza crollare subito. La vera difficoltà resta l’attesa per vedere la struttura fine delle ramificazioni.
Perché il mio ginkgo bonsai puzza in autunno?
Se l’albero è più vecchio e cresciuto da seme, e non sai con certezza che sia maschio, l’odore può venire dai frutti di una pianta femminile che si degradano. Le cultivar maschili si vendono spesso proprio per evitare questa problematica, ma un albero da seme o di origine non chiara può risultare femmina.
Quando cambia colore il ginkgo in autunno?
Dipende dalla zona e dal clima, ma spesso è tra gli ultimi alberi a virare. Di solito fa un oro molto uniforme e brillante su tutta la chioma, poi lascia cadere le foglie abbastanza in fretta. In pratica può sembrare più “rapido” di altre specie decidue, anche nell’ordine di pochi giorni.
Si può tenere il ginkgo bonsai in casa?
No. È un deciduo resistente che va tenuto all’aperto tutto l’anno, con un vero periodo di riposo invernale. In casa non trova luce e freddo necessari, quindi a lungo termine la salute dell’albero ne risente.
Come posso velocizzare la ramificazione del ginkgo bonsai?
Non c’è una scorciatoia reale. Lavori nel modo giusto nel tempo: taglia regolarmente i nuovi getti a 1-2 foglie quando hanno fatto 5-6 foglie e si sono induriti, e concimi in modo consistente per mantenere una buona estensione vegetativa. Però il ginkgo ramifica su tempi più lenti rispetto alla maggior parte degli altri decidui da bonsai.
Il ginkgo bonsai ha bisogno di protezione in inverno?
Non particolarmente, se vivi in un’area con inverni temperati. È freddo-resistente e gestisce la dormienza all’aperto come un normale deciduo. L’unica cosa che io proteggerei, in caso di gelate molto dure e prolungate, è il vaso: le radici in contenitore sono più esposte rispetto a quelle in piena terra.
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