WeBonsai
Tutti i sintomi

Pellicola bianca e polverosa sulle foglie del bonsai

Una patina farinosa, quasi come polvere di gesso, su foglie e giovani rametti è il segnale classico dell’oidio sul bonsai. In Calabria e in tante zone del Sud lo vedo soprattutto quando l’aria resta ferma e umida per ore, non quando la pianta è stata bagnata sopra.

Pellicola bianca e polverosa sulle foglie del bonsai

L’oidio è diverso da molte altre malattie fungine che tratto sui bonsai. Di solito i funghi hanno bisogno di acqua ferma sulla foglia per partire. Per questo ci ripetono sempre di bagnare il terreno e non la chioma. L’oidio fa eccezione. Le sue spore possono germinare anche solo con umidità alta, senza un velo d’acqua sulla superficie. Ed è proprio per questo che compare su piante tenute in aria stagnante, anche se l’irrigazione è stata fatta bene.

Di suo, un attacco leggero raramente ammazza un albero. Però lo indebolisce piano piano durante la stagione. La patina bianca riduce la luce che arriva al tessuto fogliare, la fotosintesi rallenta, i nuovi getti possono uscire più piccoli o un po’ deformati. Su una pianta appena rinvasata o potata forte, questo peso si sente di più. Su un soggetto giovane o già stanco, se lo trascini per tutta la stagione senza intervenire, i getti peggiori possono anche seccare indietro. Io l’ho visto succedere più di una volta su piante lasciate troppo a lungo senza correzioni.

Si vede spesso nelle mezze stagioni, soprattutto in primavera e all’inizio dell’autunno. Qui da noi le giornate possono essere calde, ma la notte scende e l’umidità sale in fretta. Il problema aumenta ancora su alberi appena spostati all’interno, oppure su piante troppo vicine tra loro, con l’aria che non passa. E poi ci sono le specie più sensibili, che fanno da campanello d’allarme prima delle altre. La posizione conta quanto il meteo, e a volte conta di più.

Cause probabili

Infezione da oidio

Come riconoscerla: La vedi come una polvere bianca o grigia appoggiata sopra la superficie delle foglie e, a volte, sui getti ancora teneri. A differenza di molte altre macchie fungine, passa via se la sfiori con un dito. È un buon controllo rapido, soprattutto se non capisci se stai guardando oidio, polvere, oppure residui di cocciniglia. Di solito parte da poche foglie, spesso in basso o sul lato più in ombra della chioma, poi si allarga.

Il rimedio: Prima di tutto migliora il ricambio d’aria. È quello che blocca davvero la diffusione, non la sola nebulizzazione. Togli le foglie più colpite e buttale nei rifiuti verdi comunali, oppure nel compost caldo se sai per certo che il tuo cumulo raggiunge temperature sufficienti a distruggere le spore. Se fai compost freddo in casa, io con materiale infetto eviterei. Per il resto della pianta usa un prodotto fungicida etichettato per oidio, oppure, nei casi leggeri, uno spray a base di latte diluito, circa una parte di latte e nove di acqua, una volta a settimana per due o tre settimane. Qualunque cosa usi, bagna bene anche il retro delle foglie, non solo la faccia sopra. Segui sempre l’etichetta del prodotto. Fai prima una prova su una piccola parte se la specie ti dà dubbi. Evita oli e zolfo con sole forte o caldo intenso, perché possono bruciare il fogliame. E ripeti secondo i tempi indicati, non una sola volta e basta.

Posizione troppo fitta

Come riconoscerla: La pianta sta vicina ad altre, con quasi nessuno spazio tra una chioma e l’altra. Basta fermarsi davanti alla bancale in una giornata ferma per sentirlo. Dove le piante sono distanziate, l’aria si muove. Dove sono troppo vicine, resta intrappolata in sacche umide tra le foglie. È proprio quel microclima fermo che favorisce l’oidio.

Il rimedio: Allarga le distanze, in modo che le chiome non si tocchino e l’aria possa passare dentro e attorno alla pianta. Evita di bagnare dall’alto tutta la chioma, soprattutto nel tardo pomeriggio o la sera, quando il fogliame resta umido fino a notte. Bagnare il terreno direttamente è molto meglio. Se lo spazio è poco davvero, un piccolo ventilatore oscillante acceso per qualche ora al giorno nei periodi più umidi aiuta parecchio. Lo uso anch’io per alcune piante tenute in zone più chiuse o su scaffali stretti.

Specie sensibile in una zona ombreggiata

Come riconoscerla: Alcune specie si ammalano più facilmente di altre. Per esperienza, io vedo spesso l’oidio su aceri, soprattutto giapponesi e tridenti, poi su olmi e querce. Se una di queste specie sta anche in una posizione più ombrosa del dovuto, con poco sole diretto che asciuga la foglia dopo una notte umida, il rischio sale ancora.

Il rimedio: Quando la specie e la stagione lo permettono, sposta la pianta in un punto con più sole del mattino e migliore esposizione. Il sole e le foglie asciutte restano una delle difese più semplici. Se non puoi spostarla, almeno alleggerisci un po’ la chioma con la potatura normale, così luce e aria entrano davvero nei rami interni e non restano bloccate sotto uno strato esterno troppo fitto.

Come prevenirlo

Per me, la cosa che tiene lontano l’oidio più di tutto il resto è l’aria che circola. Più delle spruzzate, più del prodotto dato a calendario. Tieni le piante distanziate sulla bancale, senza chiome che si sfiorano. Se il tuo spazio è fermo per natura, un ventilatore piccolo nei mesi umidi vale la spesa. Bagna il terreno e non le foglie. Se per qualche motivo devi lavare o nebulizzare la chioma, fallo la mattina presto, così ha tutta la giornata per asciugarsi prima della sera. Controlla con più attenzione aceri, olmi e querce, perché sono tra i primi che segnalo quando faccio il giro. E una sfoltita leggera, una o due volte a stagione, per aprire la parte interna della chioma, fa più prevenzione di quanto molti pensino.

Domande frequenti

L’oidio è la stessa cosa dei danni da ragnetto rosso?

No, e conviene distinguerli perché cambiano anche i rimedi. L’oidio resta sopra la foglia come una polvere che si può sfiorare via, mentre il ragnetto rosso lascia punteggiature fini, foglie opache o bronzate, e spesso anche ragnatele leggere tra le foglie o ai biforchi dei rami. Se hai dubbi, passa un dito sulla macchia. L’oidio viene via, il danno da acaro no.

L’oidio può uccidere il bonsai?

Su una pianta sana e già ben avviata, un attacco leggero da solo è raramente mortale. Diventa serio quando va avanti per una stagione intera senza essere fermato, soprattutto su piante giovani o già stressate. In quel caso la perdita continua di fotosintesi può portare a crescita debole e seccume sui getti più colpiti. Se lo prendi presto, nella maggior parte dei casi la pianta lo supera bene.

Lo spray al latte funziona davvero contro l’oidio?

Sì, nei casi leggeri o medi funziona davvero, non è solo un rimedio da tradizione. Diluizione circa una parte di latte e nove di acqua, applicata una volta alla settimana, può dare un effetto antifungino lieve e sembra anche aiutare la pianta a difendersi meglio. Se l’infezione è forte e già estesa, io preferisco comunque un fungicida specifico e regolarmente etichettato. Ma sul colpo leggero lo spray al latte è una buona prima mossa.

L’oidio passa dal terreno o dalle radici?

Non davvero. Si diffonde con spore portate dall’aria che si depositano su foglie e giovani rametti, non dal pane radicale. Quindi non serve bagnare il substrato per combatterlo come faresti con un marciume radicale. Però le spore possono restare sui residui infetti, per questo conviene togliere le foglie cadute e pulire bene attorno al tronco. Le radici non sono il punto d’ingresso.

Le foglie colpite le butto o posso compostarle?

Meglio buttarle nei rifiuti verdi, conferirle al compostaggio comunale, oppure metterle in un compost caldo, ma solo se il tuo sistema raggiunge davvero temperature capaci di uccidere le spore. Molti compost domestici restano troppo freddi. Se non sei sicuro della temperatura, io eviterei il compostaggio casalingo del materiale infetto. È più semplice e più prudente eliminarlo.

Tornerà ogni anno sulla stessa pianta?

Può tornare, soprattutto se non cambi la causa di fondo. Stesso posto fitto, stessa aria ferma, stessa ombra su una specie sensibile. Mi è capitato con alcuni aceri che si ammalavano ogni primavera finché non li ho spostati in una posizione più aperta, con più ricambio d’aria. Da lì il problema si è fermato quasi del tutto. Spesso conta più sistemare la posizione che fare una sola cura e sperare.

Ti potrebbe piacere anche

Ancora dubbi?

Inviaci una foto su WhatsApp e ti aiutiamo con la diagnosi.

Scrivici su WhatsApp

Consigli generali basati su oltre 20 anni di pratica. Ogni albero è diverso — nel dubbio, chiedici.